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17/2/1996 - L'epopea del Gufo


Tutto cominciò quando quel fesso di Giò, il nostro chitarrista, mi telefonò per dirmi che quella sera c'era una festa a casa di una tipa che non vedevamo dai tempi del liceo. Lui era costretto ad andarci, quindi dovevo venire pure io se no si scazzava troppo.

Aggiunse che la festa iniziava alle otto, perché poi lei andava a nanna. A questo punto gli risposi che al massimo potevo passare a salutarla verso le otto e mezza, ma che me la sarei squagliata di fisso entro un'ora. "Marok -commentò - vaffanculo, ci ho il cazzo a palla di farmi pippe!"
Non ero riuscito a capire se fosse un sì o un no, comunque troncai la comunicazione e cercai qualche anima che mi venisse a prendere alla festa, in modo da raggiungere gli altri coglioni e dare una svolta alla serata.

Il nostro tassista abituale, Jena il rollatore, stava passando liete serate a casa in compagnia della varicella (anche se mia madre continua a sostenere che è Aids), così chiamai gli altri fessi macchinadotati: Spud e Andy.
Dopo un po' di trattative li convinsi e mi dissero che, tranquo, mi passavano a prendere alla festa per le 9.

La serata si preannunciava già tragica, ma per darle il colpo di grazia decisi di telefonare ad Attila, gli dissi di convocare quel fesso di Lyde e gli altri handicappati, e che ci saremmo trovati da lui alle 9:30. Mi rispose qualcosa tipo "Gulash... gulash... gul'ammàmmt... gul'chitt'muort!" e riattaccò. Sperai che nella sua lingua fosse un sì e mi ritenni soddisfatto. Si preannunciava una tipica, perfetta serata pacco.

Ora rimaneva solamente un problema, cioè come arrivare a quella cazzo di casa in culo ai lupi senza la macchina: dovevo invitare alla festa qualcuno che la festeggiata conoscesse e che fosse motorizzato, e mi rimaneva una sola possibilità: Beat.
Dopo aver riflettuto se era morale o no uscire due sere di seguito, decise che poteva concedersi uno strappo, e disse: "Bene, vengo, così quando tu molli la festa per raggiungere gli altri, io dico che vengo con te, e invece me ne vado a casa a studiare o a dormire!"

Poi, però, ci pensò un po' su e disse: "Mah... da che cosa mi vesto?"
"Ma... Beat... - gli dissi col tono di chi ha davanti a sé un malato incurabile - come da che cosa ti vesti?! Non è mica in maschera la festa!"
Lui mi rispose con fare sicuro: "No, è in maschera perché siamo a Carnevale!"
Ci misi un po' a convincerlo a non ricoprirsi di ridicolo, e quasi quasi me ne pento, sarebbe stato un bello scherzetto. Sarà per un'altra volta.


Il Megafestone

Beat mi doveva passare a prendere alle otto meno un quarto. Arrivò alle otto e mezza e si giustificò dicendo che era al telefono, e che quando sono gli altri a chiamare gli spiace attaccare perché tanto è gratis.
In ogni caso arrivammo in quella cazzo di casa alle nove meno un quarto e la situazione apparve presto drammatica. Eravamo in tutto una decina di coglioni, per metà ex compagni di liceo e per metà nuovi acquisti della festeggiata all'università di legge. Fu allora che compresi che, sì, informatica era una facoltà di handicappati, ma se Lyde facesse legge lo chiamerebbero "la mente"!

Erano cinque imbecilli in giacca e cravatta tirati fino al culo che parlavano tra loro di costituzione (!!!) e non ci cagavano neanche di striscio. Tutti quanti avevano delle facce da fessi, ma uno in particolare attirò la mia attenzione: aveva un livido su una guancia.
Rimasi un po' a guardarlo, finché uno degli altri gli chiese spiegazioni sulla sua particolare condizione. Lui sentì che quello era il suo momento, che stava per diventare l'attrazione del gruppo, si girò verso di noi e disse:
"Eh... sì... ieri mi è successa una cosa incredibile... ero per la strada e... mi hanno picchiato!"
Tutti subito si misero a fargli mille domande, che ora di notte era, in quale posto malfamato di Torino si trovasse... Vallette... Mirafiori... Falchera...
"No! - disse lui, con l'aria di chi la sa lunga - erano le tre di pomeriggio, ed ero in via Monginevro!"
Tra lo stupore della gente iniziò a farsi strada qualche risatina...
"Ma come... racconta!"
Ammirato dall'interesse crescente che stava suscitando, iniziò a raccontarci la sua disavventura.
"Eh... dunque... c'era uno che aveva bocciato col tram, così dietro di lui si è formata una coda di dieci macchine, e io ero il decimo della coda..."
"Ma come - gli chiesero tutti - eri pure in macchina?"
"Beh... sì"
"Ma quello che ti ha picchiato era in macchina con te?"
"No, no, era fuori... era il primo della fila, era proprio quello che si era stampato col tram. Siccome aveva bocciato si era incazzato e si era messo a urlare che mollava un pugno alle prime dieci persone che vedeva. Nel frattempo, i conducenti delle macchine dietro di lui si erano tutti sporti dal finestrino per vedere che cazzo stava succedendo, questo tipo si è visto dieci facce tutte in fila, ha fatto una corsa e gli ha dato un cazzotto ciascuno!"
"Ah... e tu?"
"E io ho visto tutta la scena, sono rimasto con la testa fuori dal finestrino a ridere come un matto, ho aspettato che arrivasse e mi sono preso il mio pugno in piena faccia. Allora ho pensato che era meglio chiudere il finestrino, ho fatto inversione e me ne sono andato!"

Non mi ricordo di avere mai riso tanto come quella sera, e più noi ridevamo più quell'imbecille era entusiasta di essere diventato il nostro eroe. Fu l'unico momento positivo della serata.
Dopodiché mi svaccai su un divano e iniziai ad abbioccarmi, finché non suonò liberatore il citofono. Erano Andy e Spud, che mi fiondarono finalmente fuori da quella festa di merda, per far rotta verso casa Attila dove ci aspettavano gli altri coglioni.


L'incontro col Gufo

Seguendo la scia di handicap nell'aria, l'olfatto di Spud ci portò presto a destinazione e potemmo ammirare i volti semibernati di Attila, Lyde, Gufo, 280, e Zio Fa, che ci aspettavano al freddo da circa un'ora.
Di fronte a tale spettacolo, Spud non poté fare a meno di voltarsi dall'altra parte e riconoscere sulla fiancata di una macchina la traccia indelebile della sua pisciata; non c'erano dubbi, era la macchina di Gufo.
Subito intraprese una rapida opera di demolizione, nella vana speranza di ritrovare la fanzine di Ligabue che Lyde gli aveva fottuto la sera prima. Ma ormai se l'era giocata. Spiegazione ufficiale da parte di Lyde: l'avrà preso Mingo!

Attila assisteva alla scena divertito, mentre Zio Fa ci pensò un po' su e poi disse: "Uhm... perché non ce ne andiamo al Barrumba?"
Il Barrumba altro non era che l'ex Area, un locale dove un anno prima una banda di tamarri aveva ammazzato un tipo a coltellate perché aveva starnutito.
Gufo, 280 e Lyde, il reparto Einstein della serata, accolsero la proposta con molto entusiasmo, portarono Zio Fa in trionfo e se ne andarono in quel posto di merda trascinandosi via Attila. Noi tre rimanemmo lì per qualche minuto a contemplare la scena di Gufo che stirava Lyde uscendo dal parcheggio, gli dicemmo: "Tranqui, ci vediamo là!" e ce ne andammo a fanculo.


E le strade si divisero

Siccome la temperatura esterna era vicina agli zero gradi e pioveva, Andy ebbe l'idea per risollevare la serata: "Andiamo alle giostre alla Pellerina!"
Provammo ad obbiettare che forse le giostre non erano il massimo se uno non voleva mimetizzarsi da stalattite, ma lui ci rispose che la sua macchina andava là e che se volevamo andare da qualche altra parte non c'erano problemi, potevamo tranquillamente andarci. A piedi.

Arrivati in quel cazzo di parco, destreggiandoci a fatica tra le pozzanghere, il fango, la merda e le troie facemmo rotta verso i cari vecchi autoscontri.
L'atmosfera ispirava una tristezza immonda, sia per la musica di sottofondo, che andava a ripescare nei secoli bui dello squallore italico, sia per gli avventori del locale, che sembravano il risultato di un esperimento genetico, probabilmente fallito.
La nostra attenzione venne presto catturata da un bambinetto di sette o otto anni che andava da solo su una macchina. Quando Andy lo vide ci regalò il primo sorriso della serata e gli entrò dentro sparato. Il bambino si girò con fare ingenuo e innocente, guardò Andy con i suoi occhioni da cucciolo impaurito e gli disse, con la sua vocina d'angelo: "Vaffanculo!!! Stronzo!!! Che cazzo fai!!?". Poi ci fece il dito e se ne andò.
Io e Spud scoppiammo a ridere, Andy sospirò e si accese una sigaretta. Ragazzo emotivo.

Mandammo a fanculo gli autoscontri e ci avviammo verso le altre giostre.
La nostra attenzione venne catturata da un'insegna: "Qui si ride" posta su una merda di baraccone. Di per sé ci ispirava meno di una cippa, però vedevamo che tutti quelli che ne uscivano si spanciavano dalle risate. Decidemmo di provare.
Pagate le 3 carte, montammo su un trenino ed entrammo dentro fiduciosi. Il veicolo percorse un tunnel buio dopodiché uscì fuori da dove eravamo entrati. Non capimmo subito che il giro era finito, poi ci guardammo in faccia, guardammo l'espressione di Andy che si era acceso la ventesima sigaretta in venti minuti ed esplodemmo in una risata isterica, irrefrenabile.
E nel frattempo altri ci avevano visto ridere, avevano pagato ed erano entrati.
Decidemmo che per quella sera ne avevamo passate abbastanza e, dopo un po' di giri di puttan-tour per le vie del quartiere, tornammo a casa che non era neanche l'una. Beat sarebbe stato fiero di noi.


Ma le gesta non finirono qui

Intanto gli altri cinque fessi, prima di andare al Barrumba, decisero di fare un salto ai muri a comprare il fumo. L'idea era venuta a una persona a caso: il Gufo!.
Scesi verso il Csa, Gufo disse: "Tranqui, a comprare il fumo vado io, che me ne intendo e conosco!" e insieme a 280 s'incamminò verso un tipo. Questo, visti in faccia i due elementi, capì che era il suo giorno fortunato e gli fece cenno di venirgli dietro, che gli faceva fare un affarone.

Attila, Lyde e Zio Fa decisero di seguirli da lontano per vedere come cazzo andava a finire, e incrociarono un gruppo di tamarri sversi che, appena visto Lyde, capirono con chi avevano a che fare e decisero di fare amicizia.
Tre di loro lo accerchiarono e iniziarono a dirgli: "Minchia, tipo, ti facciamo un gioco!". Ovviamente il gioco era che in due lo piegavano mentre l'altro gli sfilava il portafogli, ma lo scheletrico Lyde riuscì a divincolarsi e si mise a correre verso Gufo. Saggia decisione.

Non appena i tamarri videro il Gufo chiamarono tutto il resto della banda, che tenevano pronto per le grandi occasioni, e li circondarono. Attila era rimasto un po' in disparte e non si era ancora reso bene conto dell'accaduto, finché non sentì una mano afferrarlo alle spalle. Si voltò e vide che quella mano era ciò che rimaneva di 280, che aveva cinque o sei bestioni addosso e con un filo di voce implorava gli altri di non lasciarlo morire.


Il Capo dei Murazzi

Tutt'a un tratto la confusione si placò, la folla di zarri rimase ammutolita e si aprirono le acque; era in arrivo il gran capo dei Murazzi.
Era un tipo completamente flashato, camminava a scatti e il suo look lo rendeva in pieno un rappresentante della moda Truzzo Inverno 1996, con tanto di orecchino, pelle marrone merda di lampada e giubbotto nero di quelli che puzzavano come merda di capra. In quel momento l'attenzione di tutti era rivolta al boss, così 280 riuscì a divincolarsi e schizzò a razzo verso la piazza, seguìto a ruota da Lyde, Zio Fa e Gufo.
Attila era rimasto da solo in mezzo alla folla come un coglione, quando tutt'a un tratto il capozarro si girò verso di lui, lo fissò per qualche secondo, gli si gettò addosso, lo abbracciò e gli disse...
"MINCHIA CIAO!!! Da quanto non ci si vedeva!".

Il povero Attila, che non lo aveva mai visto prima, per un po' rimase ammutolito, poi si fermò a pensare e considerò due fatti.
Primo: se scappava, lo prendevano e lo riempivano di mazzate.
Secondo: se faceva finta di non conoscerlo lo pestavano a sangue.
Allora decise di stare al gioco e accolse calorosamente il suo nuovo amicone di vecchia data, tanto l'altro era talmente fatto che non capiva un cazzo.

Dopo un po' che parlavano il capozarro gli chiese se era da solo, e Attila gli indicò gli altri quattro fessi, che stavano osservando la scena nascosti vicino al ponte.
Quello, vedendo che non si volevano avvicinare, disse:
"Minchia, io adesso a quelli vado lì e li ammazzo"

Zio Fa da lontano vide la scena e si ricordò che aveva cinquanta carte nel portafogli, così decise di consegnare portafogli e orologio al più sveglio, Lyde, e andò verso Attila per prevenire il peggio.
Il capozarro incrociò Zio Fa ma non lo cagò neanche di striscio, puntò direttamente ai tre fessi, Lyde, 280 e Gufo, che si stavano cagando sotto l'impossibile. "Minchia, perché ve ne siete scappati? - chiese loro con fare gentile - o calate la moneta o vi ammazzo!"


Come ti risollevo la situazione

Nonostante le apparenze, la situazione non era poi così disperata: Attila si era fatto amico il Capotossico, e dopo un po' lo avrebbe sicuramente convinto a non infierire sugli altri handicappati, contro i quali già la natura aveva fatto abbastanza.
Insomma, nulla era così drammatico. Ci pensò 280.

Tutto tremante, mise una mano in tasca, tirò fuori una monetina e la mostrò al capotruzzo. Non l'avesse mai fatto.
Fu bello vedere Attila mentre, avvinghiato al capotossico cercava di convincerlo che un morto quella sera gli poteva portare sfiga. "Purtroppo siamo a secco - continuava Attila - perché abbiamo appena preso del fumo..."
Il capozarro lo guardò e gli disse: "Minchia uscitelo, che se è una palla che non ce l'avete vi ammazzo a tutti quanti!".
280 gli fece vedere il fumo e il capotossico si rasserenò. Tutto sembrava a posto. Ci pensò Lyde.

Il capozarro prima di andarsene lo fissò e, nonostante il miliardo di neuroni che si era fumato, si accorse che era lui il più fesso e gli disse: "Minchia, tipo, dammi mille lire!".
Chiunque sulla terra avrebbe fatto che dargliele o gli avrebbe risposto che non aveva soldi. Chiunque. Lyde no.

Guardò il capozarro in faccia e gli disse: "No, non te le do!"
Attila ancora una volta cercò di calmarlo e gli disse che non gli poteva dare soldi perché ne aveva bisogno per il giorno dopo e altre palle del genere, ma a quel punto Lyde prese in pugno la situazione e, rivolto al tipo, gli disse:
"Sì è vero, io i soldi ce l'ho, ma non te li do!".

Il capozarro afferrò per la giacca Lyde e gli disse:
"Minchia!!!!! Ma allora tu i soldi ce l'hai!!!!!"
Lyde sussurrò con un fil di voce: "N-no... non ho soldi..."
"Minchia, prima dici che ce l'hai, poi che non ce l'hai? Non lo sai che è la prima risposta che vale?"
Lyde si sentì punto nell'orgoglio, sentì che era quello il momento in cui doveva agire, quella era l'ora adatta per la riscossa, ed urlò: "Minchia ma questo cos'é? Un quiz?"

E a questo punto nulla poteva più salvarlo.
"Minchia - urlò il Capotossico - ma io a te ti lascio nudo, ti levo il cappotto, i soldi, ti levo tutto e ti butto nel Po!"
E fu così che Lyde decise finalmente di dargli 'sti cazzo di soldi e tirò fuori il portafogli.
Chiunque, in questi casi, se ha il portafogli pieno, cerca di non farlo vedere. Chiunque. Lyde no.
Come era ovvio, in breve tempo l'intero contenuto venne travasato nelle tasche del Capo dei Murazzi, che, soddisfatto della serata, disse: "Bene, adesso vi lascio andare!"
Non ebbe il tempo di finire la frase che gli handicappati schizzarono via a razzo verso la macchina, mentre il capotossico continuava a parlare con Attila dei tempi in cui si conoscevano e Attila continuava a dargli corda per evitare guai peggiori. Comunque, dopo un po' anche lui riuscì a raggiungere la macchina con gli altri e poterono partire di volata verso il Barrumba.


La Canna

Durante il tragitto i nostri eroi si ricordarono di avere con sé ancora un po' di fumello e così, prima di entrare al Barrumba, decisero di spararsi un bel cannone. Gufo disse: "Tranqui, raga, vi porto io in un bel posto!"

Finirono in una traversa di piazza Vittorio, in un parcheggio riservato agli handicappati (nulla avviene mai per caso) sotto all'unico lampione della strada. Era il posto più illuminato del quartiere.
Gufo iniziò a rollare, e nel mentre raccontava di come ogni volta che esce di casa rapinano lui e tutti quelli che gli stanno vicino; persino i topi in quella strada stavano iniziando a toccarsi i coglioni. Inoltre si vantava di avere scelto il posto ideale per fumare, un posto dove la polizia non li avrebbe mai beccati.
Gli altri non ebbero il tempo di urlare: "Noooo! Non dirlo!" che sbucò una volante e passò lentamente di fianco alla macchina. Gufo non si era accorto di nulla e continuava a rollare imperterrito ripetendo che la polizia in quella via non passava mai, fin quando gli altri non gli urlarono per la decima volta che c'erano i caramba a neanche un metro.

Allora si affacciò fuori dal finestrino, e urlò: "Oh cazzo, ci sono i carabinieri! Adesso spengo la luce della macchina così non ci beccano!"
Grazie a Dio la natura ha fatto i carabinieri handicappati; la pattuglia non notò nulla di anomalo in una macchina ferma all'una di notte con la luce prima accesa e poi spenta e con dentro cinque persone che si facevano una canna, così se ne andò. Nel duro match tra la rogna di Gufo e l'intelligenza dei carabinieri la seconda prevalse. Mai sottovalutarla!


Il Barrumba

In quella serata non era ancora successo molto, così i nostri eroi, un po' annoiati, decisero di movimentare la loro esistenza raggiungendo la loro meta finale: il Barrumba.

Anche stavolta si riconfermò la validità di uno dei teoremi fondamentali che da sempre regolano l'esistenza della razza umana: più un posto è di merda, più gente ci vuole andare.
Davanti al Barrumba c'era una coda di circa un centinaio di persone.
A questo punto cosa avrebbero fatto degli esseri razionali? Sarebbero andati in un posto migliore e meno affollato! Si misero in coda.

L'attesa fu di un'oretta sotto la pioggia, finché, finalmente, iniziarono a entrare senza problemi; tutti tranne uno, uno a caso: Gufo!

Il buttafuori lo guardò in faccia e gli disse: "No, tu no!"
Alcuni pensarono che fosse la somiglianza con Napalm ad averlo fottuto, altri ribadivano che Napalm non c'entrava: bastava la sua rogna.
Comunque, dopo essersi fatto dare la carta di identità, il buttafuori gli disse: "Per stavolta entra. Ma stai attento!"
Il gufo continuava a dire: "Strano, chissà perché queste cose capitano sempre a me!".
Tutta la discoteca iniziò a toccarsi le palle.

Dopo un po' anche i cinque fessi iniziarono a ballare.
Lyde stava dimenando i suoi arti in modo scomposto ma sereno, finché il Gufo non gli si avvicinò per dirgli qualcosa.
Il malcapitato non ebbe il tempo di toccarsi i coglioni che un tipo gli volò addosso e lui, spastico com'è, si ritrovò per terra e senza occhiali. Per ritrovarli dovette aspettare che il Gufo si allontasse di qualche metro, poi, sempre strisciando mentre la gente gli pogava sopra, andò da Attila e, con aria seria e pensierosa, disse: "Minchia, secondo me è Gufo che porta sgarro! Oh, ma è per quello che lo chiamate Gufo?"
Eh, sì, ci sono cose che persino Lyde può capire. Che prodigio la razza umana.

Intanto una vecchia punk che puzzava di vodka iniziò ad avvinghiarsi intorno al povero Attila, e non appena vide che cercava di svignarsela si mise a tirarlo per i pantaloni. Per una volta fu provvidenziale l'intervento di Lyde, che lo trascinò in salvo e trionfante urlò: "Minchia, sono anch'io Attila!"


Il fine serata e gli addii

Adesso era veramente troppo e così, dopo una mezz'ora passata a cercare le giacche disperse in mezzo alla pista con gente che ci saltava sopra e se le tirava, i cinque handicappati uscirono dal locale e Gufo sentenziò: "Che serata sfigata!"

Seguirono momenti di delirio collettivo, tutto il quartiere iniziò a toccarsi i coglioni e a sfoderare amuleti di ogni tipo, finché non imposero a Gufo di stare zitto e di portarli a casa, che per quella sera ne avevano passate abbastanza.
Per tutta risposta, Gufo li lasciò a piedi alle tre di notte in una piazza in culo ai lupi e se ne andò. Gli altri si guardarono in faccia, si mandarono a farsi fottere e se ne tornarono a casa a piedi. Probabilmente non li rivedremo mai più.
Ma intanto andate tutti a fare in culo!