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Destinazione Prato
4 fave a Prato


Che cos'è la pazzia?
La pazzia è Beat, che telefona dalla cabina sotto casa per calcolare quanto spende, è Begbie, che si vuole inculare un neonato con il cordone ombelicale ancora attaccato perché così piange, è Gillette, che scrive le cartoline in brutta per paura di sbagliare, o è il giovane Marok, che parte da Torino e va a Prato a vedere un concerto di Elio e le Storie Tese?
Difficile rispondere a questa domanda, ma quel giorno alla stazione il bigliettaio mi disse: "Ah, se vai a Prato, dammi retta, passa da Bologna che fai molto prima, alle quattro sei già là, e poi costa meno..."

FIORENZUOLA CROSSING
Fu una bella scelta, specie quando il treno arrestò la sua folle corsa in mezzo a un prato, dalle parti di Fiorenzuola. "Che succede?" chiesi al ferroviere che stava prendendo il fresco sotto al mio finestrino. "Eh... passa un pendolino... ma dieci minuti e si parte!"
Passai i successivi quaranta minuti a considerare quanta parte del prato che avevo di fronte mi sarei potuto fumare se fossi sceso dal treno, mi consolai contemplando quelli scesi dal treno che lo rincorrevano dando l'estremo addio ai propri bagagli e arrivai alla stazione di Bologna con un ritardo netto di un'ora e mezza.
L'incubo era appena iniziato.
BOLOGNA: UNA STAZIONE UN PERCHÉ
Nemmeno i miei brevi soggiorni a Mosca, Atene e Napoli mi ricordavano nulla di simile. Il tabellone degli orari, che non riportava treni con ritardo inferiore ad un'ora, reclutava una folla immensa di spettatori impauriti; qual era il trucco per impennare in questo modo gli indici d'ascolto? Semplice: cambiare continuamente i binari di partenza dei treni!.
Il mio era indicato per il binario 1. Al binario 1 partiva un treno per Zurigo. "Ah, cazzo - esclamai aguzzando la vista - ma c'è scritto Prato binario 1E!".
Binario 1E. A Bologna scrivono i numeri in esadecimale. Perfetto.

Rimbalzai dai binari all'ufficio informazioni, all'atrio, all'edicola finché, Bologna - binario 2 est di fronte all'incredulità generale, un ferroviere mi disse: "Sì, ne ho sentito parlare, '1 E' sta per '1 EST'... prova a costeggiare i binari..."

10 MINUTI di cammino mi portarono di fronte a tre binari morti. Su UNO di quelli c'era un cartello seminascosto da un'impalcatura con scritto "2 est". L'1 doveva essere quello di fianco.
Oltre a non esserci nessun treno in partenza, non c'era anima viva a cui chiedere e l'assenza di cartelli o scritte esplicative mi portò a notare l'unica indicazione presente in stazione: "DROGA? IN CULO A MAOMETTO". Droga? In culo a Maometto!

Ormai era chiaro che il treno era già partito, così mi incamminai stancamente verso l'atrio della stazione, dove mi unii alla folla di curiosi e aspettai che venisse estratto il binario del prossimo treno per Prato.
Neanche a dirlo: partiva dal binario 2 est.

I CONTATTI UMANI
Arrivai a Prato che erano le sette passate, ma i cartelli "Attenzione Zanzare" Attenzione Zanzare! sui vetri di ogni finestra mi fecero tornare il buon umore. Per fortuna la stazione era vicina al centro, così dovetti aggiungere solo un quarto d'ora di cammino all'ora e venti di maratona bolognese.
Già da molto lontano si sentiva l'eco del soundcheck, e già dal fondo della via si vedeva il palco, miracolosamente vuoto. "Che figo - pensai - mi metto in prima fila!!!"
Il palco era girato dall'altra parte, e la piazza era completamente piena. Giggi Modello fronte Giggi Modello retro

In mezzo alla folla scorsi le sagome delle fave etrusche e del partenopeo Giggi Fottone, che indossava per l'occasione la mitica maglia di Servi della Gleba.
Una volta ricevuta dalle fave etrusche qualche lezione di lingua locale, nonché il portachiavi del maialino che caga, stabilimmo che il posto migliore per vedere il concerto era in fondo alla piazza davanti al mixer; lì attendemmo il nostro destino.
IL CONCERTO
Furono le note dell'armonicista pazzo a risvegliarci dal letargo, il concerto era iniziato e i nostri occhi si trovavano più o meno all'altezza delle cinture dei tipi di fronte a noi. Dietro avevamo una barricata di transenne, ma al primo tentativo di arrampicata i buttafuori minacciarono di estirpare i nostri organi e seppellirli nella stazione di Bologna. Ci arrendemmo all'idea: non avremmo visto un cazzo.

Intanto la familiare vocina di Claudio Bisio raccontava con fare sicuro la barzelletta del fantasma formaggino. Elio disse a quelli delle prime file di fare un passo indietro perché se no si ammazzavano, tutti fecero un passo indietro e noi, che dietro avevamo le transenne, cessammo ogni attività respiratoria. Il mondo ce ne fu grato.
Bei momenti! La scaletta del concerto era uguale a quella di Rivoli e Milano, con El Pube al posto di Essere donna oggi.
"Al termine regaleremo i nostri corpi, vergini nell'animo!" urlò Elio per incitare la folla.
Tutto molto bello ma, man mano che il rock entrava nelle vene, dalle prime file si levavano urla di dolore bovino, probabilmente il pogo aveva dato luogo ad una macellazione di massa e di quelli davanti nulla rimaneva se non un informe frullato. Tuttavia anche i nostri organi non avevano più la cera di un tempo: a questo punto potevamo anche accettare di regalarli ai buttafuori, così ci arrampicammo sulle transenne e, finalmente, ci vedemmo in maniera decente gli ultimi tre pezzi del concerto.

I POSTUMI
Finita la musica le fave etrusche si precipitarono dietro al palco per riscuotere i corpi degli Elii, ma Elio, Mangoni e Jantoman ci lasciarono quasi subito, abbandonandole al loro destino.
In compenso Rocco, Faso e Christian prolungarono il cazzeggio con noi, sperando che avremmo trovato una sottospecie di birreria in cui naufragare i nostri ricordi.
La ricerca si rivelò tuttavia infruttuosa, perché alle due a Prato si va a nanna, così ci abbioccammo tutti insieme sotto una fontana, contemplando assieme gli aulici versi di Filippo Bellissima, noto filosofo locale.

"Io sto a Filippo Bellissima come Milingo sta al Reverendo Moon" esclamava Rocco in estasi, mentre Faso riusciva a rimediare da dietro al palco beni preziosi quali pane, formaggio e mortadella, e Christian si accontentava della mia camicia come riparo dal freddo etrusco (ci saranno stati 25 gradi... sono cose che fanno pensare...).
Le fave etrusche regalarono a Rocco un altro maialino defecante uguale al mio e lui rimase fisso a contemplarlo: "Pensate - ci diceva - alle riunioni aziendali che devono avere fatto per decidere di produrre questo!"
Restammo ore a pensare a quanta poesia ci aveva appena investiti, finché il buon Faso non bevve quattro sorsate di acqua non potabile dalla fontana e un enorme tir non fece il suo ingresso nella piazza, frantumando con le ruote le bottiglie vuote di birra che costituivano il selciato e mitragliando di vetro i quattro angoli della piazza.
"Forse è meglio se andiamo" ci dicemmo un po' tutti, dandoci nuovamente l'addio ma preparandoci a rivederci in un altro giorno, in un altro luogo, sotto un altro cielo, ma sempre pronti a mandarci allegramente e per sempre affanculo.